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Bianca Maria Orciani: "Donne e lavoro, il mio impegno contro la discriminazione di genere"

 
Bianca Maria Orciani, Consigliera di Parità per la Provincia di Ancona
Bianca Maria Orciani, Consigliera di Parità per la Provincia di Ancona

L'intervista alla nuova Consigliera di Parità pubblicata su CentroPagina.it a firma di Simona Marini l'8 marzo 2021

 

 

È Bianca Maria Orciani la nuova consigliera di Parità per la Provincia di Ancona. Con una pluriennale esperienza nel campo della ricerca universitaria e della docenza sui temi del diritto del lavoro, ha al suo attivo numerose pubblicazioni, con una costante attenzione al mercato del lavoro, alle differenze di genere, pari opportunità, tutela della salute e della sicurezza del lavoro. Per i prossimi 4 anni, sarà chiamata a gestire un ruolo chiave nella promozione e nel controllo dell’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità e di non discriminazione tra uomini e donne nel mondo del lavoro.

Prof. ssa Orciani, intanto complimenti per la sua nomina. Vuole spiegare ai nostri lettori chi è e che cosa fa una Consigliera di Parità? Quali le funzioni ed i compiti?
«Grazie!  Innanzitutto vorrei ringraziare la precedente Consigliera Provinciale di Parità, la dott.ssa Pina Ferraro, per la passione con cui ha svolto il lavoro in questi anni. Grazie al suo impegno, mi confronto con un territorio sensibilizzato sui temi della diseguaglianza di genere e sulle pari opportunità. Allo stesso modo vorrei ringraziare anche il presidente della Provincia di Ancona, Luigi Cerioni, e la responsabile Area Affari Generali, la dott.ssa Laura Lampa per l’accoglienza e il supporto organizzativo. Si tratta di un ringraziamento non formale se si considera che in molte Province (cui spetta la designazione della consigliera di parità) non si è ancora proceduto alla nomina malgrado sia previsto dalla legge. La Consigliera di Parità è una figura nominata dal Ministero del lavoro che opera sul territorio (può essere regionale o provinciale) con il compito di garantire e promuovere l’attuazione dei principi di uguaglianza, di pari opportunità e di non discriminazione tra uomini e donne nel lavoro. Nell’esercizio delle funzioni è un pubblico ufficiale e collabora con gli assessorati al lavoro degli enti locali, l’ispettorato territoriale del lavoro, con le parti sociali nonché con gli organismi di parità e le associazioni che operano sul territorio provinciale. Tutti soggetti con cui mi auguro di poter dialogare in maniera costruttiva per la realizzazione di progetti e azioni a favore di una reale eguaglianza fra uomini e donne sul lavoro nella Provincia di Ancona».

In caso di uno squilibrio di genere acclarato, il suo intervento può migliorare la situazione?
«Certamente, in questi casi la Consigliera di Parità può assumere un ruolo fondamentale promuovendo la realizzazione delle cosiddette “Azioni Positive”. Si tratta di azioni specifiche mirate alla rimozione degli ostacoli che impediscono le pari opportunità fra uomo e donna nei vari aspetti della vita lavorativa. Un classico esempio di azione positiva è la diversa articolazione degli orari di lavoro per permettere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro oppure la realizzazione di interventi formativi che mirano a promuovere l’uso del linguaggio di genere oppure la cultura di genere nelle organizzazioni. Vorrei ricordare che nel pubblico impiego l’adozione delle Azioni Positive da parte degli enti è un obbligo di legge e la loro mancata adozione non solo impedisce all’ente di poter procedere alle assunzioni, ma incide anche sulla valutazione della produttività. Al momento sto ricevendo i Piani Triennali di Azioni Positive per il 2021-2023 da parte dei Comuni per il rilascio del parere previsto dalla legge e, tranne alcuni casi, vi è ancora una certa confusione sulla terminologia e sui contenuti. Per questo motivo sto pensando ad un’apposita sezione del sito della Consigliera in cui le pubbliche amministrazioni e i Comitati Unici di Garanzia (CUG) possano trovare, a breve, tutte le informazioni necessarie per la costruzione dei Piani di Azioni positive. Allo stesso modo, è mia intenzione promuovere interventi di informazione e sensibilizzazione anche nel settore privato dove la realizzazione di azioni positive soffre del fatto di essere facoltativa, lasciata, cioè, alla libera scelta dei datori di lavoro».  

Nel caso in cui una donna si trovi ad essere discriminata sul luogo di lavoro, in che modo entra in gioco la Consigliera di Parità?
«Alla Consigliera di Parità si possono rivolgere, in forma totalmente gratuita, donne e uomini che ritengono di essere discriminate/i. Malgrado la normativa antidiscriminatoria italiana sia fra le più avanzate nell’Unione Europea, le donne, più degli uomini, continuano ad essere discriminate nell’accesso al lavoro, nella formazione, nella carriera, nei livelli retributivi nonché nella fruizione dei diritti a tutela della maternità e della paternità. Aggiungo che per i casi individuali, su mandato dell’interessata o dell’interessato, la Consigliera di parità può promuovere conciliazioni presso la Direzione Provinciale del Lavoro e/o produrre ricorso giudiziale affinché il giudice accerti la discriminazione e ordini un piano di rimozione di tale situazione. Nei prossimi giorni è mia intenzione mettermi in contatto con il direttore dell’Ispettorato territoriale del lavoro di Ancona, il Dott. Rausei, per l’aggiornamento del protocollo contro le discriminazioni firmato dalla precedente Consigliera di parità».

Quale è stato il peso della crisi sanitaria, sociale ed economica scaturita dalla pandemia sulle donne? I dati Istat mostrano come il crollo dell’occupazione riguardi soprattutto le donne: nonostante il blocco dei licenziamenti attivo fino a fine marzo, su 101mila lavoratori che hanno perso il lavoro a dicembre (-0,4% rispetto a novembre), ben 99mila sono donne e solo 2mila sono uomini.
«Tutti gli indicatori e le analisi, comprese quelle relative alla provincia di Ancona, ci dicono che le donne hanno pagato il prezzo più alto. Questo per due ragioni. La pandemia e i provvedimenti adottati per contrastare l’emergenza sanitaria hanno interessato quei settori dove il rischio di contagio risulta maggiore. Gli effetti più pesanti si sono avuti nei cosiddetti settori ad alta intensità di relazioni personali come il turismo, la ristorazione, le attività di cura, e i servizi in genere. Settori che si caratterizzano per una forte presenza femminile. L’altro dato riguarda l’elevato tasso di precarizzazione che caratterizza storicamente il lavoro femminile. Mentre il blocco dei licenziamenti ha protetto i lavoratori e le lavoratrici con contratti a tempo indeterminato, questo non è avvenuto per chi aveva, in gran parte donne, un lavoro precario o un lavoro autonomo. Con un deterioramento delle condizioni di vita attuali e future (pensiamo ai riflessi sulla pensione) di migliaia di donne, che spesso rappresentano anche l’unica fonte di reddito nelle famiglie monoparentali».

Se la situazione è questa, quali sono le possibili soluzioni?
«La pandemia ha messo a nudo i limiti strutturali di un Paese che si dichiara civile salvo mettere in campo politiche destinate a relegare le donne al ruolo di cura. E questo, evidentemente, tocca non solo le lavoratrici dipendenti ma anche le donne imprenditrici o che svolgono un lavoro autonomo. Tutti i dati confermano che la condizione della donna lavoratrice è penalizzata soprattutto dalla difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Dato confermato dall’aumento delle dimissioni legate alla nascita del primo figlio o dalla richiesta di lavoro precario/flessibile, spesso scarsamente retribuito, per consentire l’attività di cura in famiglia. È questa difficoltà che contribuisce a mantenere la quota di occupazione femminile (meno del 50%) al di sotto delle medie europee.  Come ci ricorda il CNEL, per promuovere l’occupazione femminile non bastano, politiche di incentivazione economica alle assunzioni. Serve, anzitutto, allargare la offerta di servizi, non soltanto asili nido, ma scuola a tempo pieno e servizi per gli anziani, nonché promuovere forme organizzative del lavoro più favorevoli alla conciliazione. Allo stesso tempo, occorre pensare a percorsi volti a riqualificare la forza lavoro femminile in modo che la tanto auspicata transizione verso un’economia green diventi un’occasione di crescita anche per le donne. Infine, è fondamentale investire nell’istruzione, aumentando la partecipazione delle ragazze ai percorsi di studio nelle materie STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) che nel lungo periodo offrono le maggiori prospettiva di crescita. Si tratta di obiettivi ineludibili se vogliamo uscire dalla crisi senza lasciarci dietro altre vittime oltre quelle causate dal Covid. Fondamentale sarà la capacità di utilizzare i fondi del Recovery Fund in una prospettiva di genere. Su questi temi, il mio impegno sarà quello di tenere vivo il dibattito con iniziative che affrontino il problema dell’occupazione femminile da varie angolazioni».

Nelle Marche stiamo assistendo in queste settimane a una nuova stagione di mobilitazione femminista: le donne scendono in piazza per rivendicare l’importanza dell’auto-determinazione e della libertà di scelta sul proprio corpo. Cosa ne pensa?
«Credo che sia inevitabile. Viviamo in un Paese in cui esiste un modello culturale segregante nei confronti delle donne dissimulato da dichiarazioni e intenti paritari. Basti pensare al modo in cui le eccellenze femminili nei vari campi della scienza, della letteratura e dell’arte e dello sport vengono rappresentate dai mass media. Come delle eccezioni, così da far supporre che l’incapacità sia un tratto connaturato e ordinario dell’essere femminile, che per poter legittimamente esistere deve dimostrare di saper fare le cose al pari e se non meglio di un uomo. Continuare a declinare il diverso rispetto al maschile, ci condanna a ribadirne la superiorità. Il diritto di far parte della società e contribuire alla sua crescita non può essere fondato su un’idea produttivistica, utilitaristica. Soprattutto, se la misura dell’utilità è definita dalle relazioni di potere e declinata a partire dal maschile. Fino a quando la misura del progredire delle donne è decisa dagli uomini, i termini parità di genere, eguaglianza di genere, sono vuoti simulacri. Per questo è fondamentale un’operazione culturale che non può che partire dalla scuola. Educare all’eguaglianza significare educare all’inclusione, alla pari dignità di ogni individuo a prescindere dalla sua appartenenza sessuale, anagrafica, religiosa. In questa prospettiva è mia intenzione avviare un confronto con le scuole per promuovere insieme percorsi di valorizzazione dell’eguaglianza di genere e non solo».

 

 
 
 
 

 

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