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Possono riguardare i costi del cavallo di Aligi Sassu, ma possono anche vertere su qualcosa di più sfuggente. Se la scultura è lì, alla vista di tutti, una specie di festival sul comune senso del pudore rimane qualcosa di meno noto, che quasi sfuggirebbe se... se ad un redattore del "TG3" non venisse in mente di mandarne in onda un cenno. Ora, è pur vero che nutro tuttora dubbi sull'opportunità di acquistare (poi, ovviamente, mantenere) opere d'arte (sia pure di Sassu) coi soldi dei contribuenti senza il loro assenso: dopo tutto, l'ente pubblico, finanziato dal fisco, cioè dai contribuenti, non è equiparabile a Federico da Montefeltro, duca d'Urbino, che fa, e fa bella, la sua città coi proventi della sua attività di capitano di ventura (e, per l'occasione, ci rimette mezzo naso). Tuttavia, mettere all'incirca sullo stesso piano "La dolce vita" e le pellicole di Tinto Brass è tout court blasfemo. O no? Non è tanto questione di "senso del pudore", quanto piuttosto dell'uso del pubblico danaro in modo quanto meno assai, ma assai opinabile. O no?
 
 

 

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