Nassirya. Basta il nome di questo centro bagnato dalle acque del fiume Eufrate per richiamare alla memoria la più grave tragedia militare italiana dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Sono passati cinque anni da quel mattino del 12 novembre 2003 in cui nel corso di un attentato terroristico persero la vita 28 persone, 19 italiani (17 militari e 2 civili) e 9 iracheni. Un attimo, un'eternità, scanditi dal lutto di un intero popolo che in quelle tristi giornate, silente e commosso giunse a Roma da tutta Italia per rendere omaggio ai suoi caduti.
Un lutto composto, che nel maggiore dei casi non rincorreva la retorica che pure in quelle ore tentò di insinuarsi nelle coscienze degli italiani a difesa di una missione quanto meno discutibile, ma si nutriva del crescente rifiuto di quell'operazione militare che fin da subito era apparsa ai più l'inseguimento miope di una scelta unilaterale e sbagliata.
In questo lasso di tempo, mentre in Iraq si è continuato a combattere e ulteriori attentati hanno spezzato altre giovani vite, alle vittime di Nassirya sono stati dedicati libri, fiction, vie e piazze in tutto il Paese.
Ricostruzioni e celebrazioni sicuramente dovute ma che quasi mai hanno avuto il merito di affrontare il peccato originale di quell'errore che fu la partecipazione dell'Italia all'operazione Antica Babilonia, nonostante i consistenti dubbi sulle sue ragioni etiche e militari che avevano da subito diviso l'Europa portando la Germania e la Francia a chiamarsi fuori, e alle quali si aggiunsero successivamente, man mano che cambiavano i governi, la Spagna di Zapatero e l'Italia di Prodi.
Dubbi che non tardarono a rivelarsi certezze. Dalle armi di distruzione di massa che si supponevano in mano al regime dittatoriale di Saddam Hussein mai trovate a un'occupazione militare che, lungi dall'affermare una forma di democrazia, ha gettato l'intero Iraq nel caos, aggiungendo così, in un'area geografica già instabile, ulteriori fattori di incertezza politica. Il tutto, mentre le torture inflitte nel carcere di Abu Garhib sono divenute, in un contesto da più parti evocato come scontro di civiltà, l'immagine e il marchio dell'Occidente per milioni e milioni di musulmani. Purtroppo, ancora oggi, a cinque anni di distanza, la situazione irachena non sembra essere sensibilmente mutata. A Nassirya, a Bagdad, a Falluja uomini e donne, vecchi e bambini, americani e iracheni, continuano a morire in una guerra di cui forse più nessuno comprende il significato.
Ecco, allora, che più che mai ricorre l'obbligo del ricordo di chi ha sacrificato la propria vita cercando anche di superare la palude della retorica fine a se stessa. Il 12 novembre diventi occasione di discussione e confronto sulle prospettive di convivenza pacifica tra i popoli, sul ruolo che l'Italia e l'Europa possono ricoprire su questo terreno, oggi più che mai, considerato il vento del cambiamento che soffia dagli Stati Uniti d'America. Sarebbe un modo concreto per ringraziare e rendere onore davvero alla memoria delle vittime di Nassirya.
Ancona, 12 novembre 2008
Patrizia Casagrande Esposto
Presidente della Provincia di Ancona